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Assassinio ad Amsterdam

Ad Amsterdam con alcuni amici (30 Agosto 1994).


 

'Assassinio ad Amsterdam' di Ian Baruma (Einaudi, 2007).

 

Il libro di Ian Buruma, 'Assassinio ad Amsterdam. I limiti della tolleranza e il caso Theo Van Gogh', prima di essere tradotto in italiano aveva già suscitato un dibattito internazionale che ha toccato punte molto aspre. Buruma è olandese, ma da diversi anni insegna negli Stati Uniti; dopo l’omicidio di Van Gogh, avvenuto nel 2004, decise di tornare in patria per comprendere in maniera diretta quel che stava succedendo: il libro è il risultato delle sue ricerche ed impressioni.

Una corretta definizione del contenuto del libro è quella di inchiesta storico-culturale: è costruito riferendo ricordi personali, fatti documentati e interviste eseguite appositamente. Il metodo seguito da Buruma allinea in una serie di passaggi la sua ricostruzione che presenta i protagonisti sullo sfondo dei cambiamenti della società olandese. Come spesso è stato ricordato a proposito di questo libro, l’Olanda è il paese europeo più noto per la sua tollerante libertà di costumi che ha le sue fondamenta nel pensiero filosofico da Spinoza in poi, e che sul piano più banalmente turistico-commerciale l’ha fatta conoscere, oltre che per zoccoli e tulipani, per la liberalità sia in fatto di droghe leggere che di prostituzione.

Oltre a questi aspetti i Paesi Bassi sono però anche uno degli stati europei con il più alto numero di etnie presenti nella società: si può sostenere in un certo senso che lì la globalizzazione sia arrivata prima. Il libro racconta la morte di un’altra personalità pubblica, nota per il suo comportamento volutamente provocatorio come quello di Van Gogh: Pim Fortuyn, l’uomo politico assassinato da un fanatico animalista nel 2002. Le radici della cultura di questi due uomini vengono fatte risalire all’ondata di secolarizzazione degli anni ’60 e ’70 che aveva cambiato il panorama culturale olandese, sottraendo alle Chiese gran parte della loro influenza sulla società.

Il libro si sofferma sulla figura dell’assassino di Van Gogh, Mohammed Bouyeri, condannato all’ergastolo, e analizza anche la situazione dei musulmani olandesi: Buruma parla di comunità chiuse in quartieri periferici che diventano piccole “città paraboliche” con tv satellitari costantemente collegate con i paesi d’origine che le rendono culturalmente indipendenti dal luogo in cui vivono. La situazione dopo l’enorme emozione suscitata dall’esecuzione rituale del regista olandese ha aumentato la tensione ed è cresciuta l’ostilità verso la comunità musulmana. Ma la persona oggetto dell’odio e delle minacce dell’omicida incarcerato è l’autrice, insieme a Van Gogh, del cortometraggio 'Submission', causa dell’efferato crimine: Ayaan Hirsi Ali.

La vicenda del cortometraggio è notissima, la stampa ne ha a lungo parlato. Il breve film nell’intento dei suoi autori voleva rappresentare la condizione oppressa delle donne sottoposte alla legge islamica. Le sceneggiatura è pubblicata nel primo libro di Ayaan Hirsi Ali ('Non sottomessa', Einaudi 2005), ma il libro più interessante della stessa autrice è la sua autobiografia, l’opera che nel corso della polemica internazionale sopra citata è stata contrapposta a quella di Buruma (Ayaan Hirsi Ali: 'Infedele', Rizzoli 2007).

Mentre il primo volume della scrittrice olandese di origine somala rimaneva a metà strada fra il pamphlet e l’instant-book, il recente 'Infedele' fa una forte impressione. La descrizione, priva di commenti a posteriori, della propria vita a partire dall’infanzia è concepita come una specie di osservazione antropologica di se stessa nel corso degli anni. La cosa che più colpisce è la progressione di un’identità che man mano, attraverso le vicende e le esperienze che la portano dall’infanzia somala all’assunzione della sua identità di occidentale laureata, si costruisce sotto gli occhi del lettore. Più che gli obiettivi politici e gli intenti culturali dell’ex parlamentare olandese sono l’umanità dei suoi desideri e delle sue aspirazioni, le difficoltà pratiche che ha dovuto superare per realizzarli, lo strazio derivato dallo strappo con la famiglia, tutto il racconto lineare delle sue vicende a lasciare il segno. La combattiva intellettuale ha dovuto lasciare l’Olanda (le controverse vicende sono raccontate nel libro) ed è oggi negli Stati Uniti, all’American Enterprise Institute, che raccoglie i principali neoconservatori americani.

Sventolando via il polverone alzato dalla polemica sul libro di Buruma si delineano le tematiche di fondo: come affrontare i problemi posti dall’integrazione di grandi comunità islamiche nelle società occidentali? In nome di quali valori? I due “schieramenti” nel dibattito vedevano i fondamentalisti dell’Illuminismo contrapposti agli alfieri del relativismo culturale. In particolare a Buruma (e a Timothy Garton Ash, recensore di Buruma e Hirsi Ali) è stato imputata una specie di resa di valori fondamentali della società occidentale di fronte a una sfida radicale. In realtà il libro di Buruma costruisce la sua rappresentazione della realtà olandese con una serie di quadri sucessivi, che nel loro complesso, fenomenologicamente quasi, contribuiscono a portare a conclusioni che contengono già la risposta dell’autore alle successive polemiche. Nel raccontare la risposta politica di Job Cohen, Sindaco di Amsterdam, all’idea di Ayaan Hirsi Ali che l’Islam sia incompatibile con uno Stato laico e liberale, Buruma dice:

Se tutti i veri musulmani fossero rivoluzionari in politica, Ayaan Hirsi Ali avrebbe senz’altro ragione. Ma visto che non è questo il caso, neppure tra i musulmani ortodossi, a Cohen va concesso il beneficio del dubbio. Se l’Islam in quanto tale costituisse una minaccia, sarebbero pericolosi tutti i musulmani. Ed è precisamente per tenere a distanza qusta idea del Kulturkampf, ovvero dello “scontro di civiltà”, che Cohen vuole raggiungere un accordo con i musulmani della sua città.

Concezioni differenti si contrappongono appassionatamente, per l’importanza dei problemi sollevati, ma che Buruma abbia le carte in regola per parlare da un punto di vista di illuministico, nel senso dei valori di base dello Stato laico occidentale, e che nelle sue parole non ci sia alcuna idea di resa è evidente anche leggendo il libro di cui è coautore 'Occidentalismo' (di Ian Buruma e Avishai Margalit, Einaudi 2004): quest’opera infatti fa parte di quella serie di libri usciti dopo l’11 settembre, che hanno cercato di dare una rinnovata contestualizzazione e concettualizzazione ai problemi sollevati dalle sfide dei nostri tempi. L’occidentalismo proposto in questo volume si contrappone alle concezioni “orientaliste”, e corrisponde alla rappresentazione ideologica disumanizzata ed esclusivamente negativa che dell’Occidente danno i suoi avversari, ed è un itinerario nel pensiero di chi lo odia:

L’Occidente è stato la culla dell’illuminismo, del liberalismo, del secolarismo, ma anche dei loro velenosi antidoti. In un certo senso l’occidentalismo può essere paragonato a quelle stoffe colorate esportate dalla Francia a Tahiti, dove venivano indossate dai nativi solo perché Gauguin e altri le potessero descrivere come un tipico esempio di esotismo tropicale.

 

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