Recensione a cura di Alessia Biasiolo
Un romanzo soffuso, carico di significato e di significandi, capace di trasmettere quelle emozioni che tanto spaventano e ricacciamo sempre più giù, lontane dagli occhi, ovattate da un cuore che pare non reggerle, perse dietro la squallidità delle notizie di cronaca.
Loncrini ci racconta di una brasiliana di origine italiana che, da una famiglia povera dedita al lavoro nei campi, riesce a laurearsi e a pensare di trasferirsi in Italia, nel Veneto delle origini, per rincorrere un sogno e il fidanzato di Padova. La decisione, importante e banale al tempo stesso, è spunto per una descrizione di luoghi, di favelas, di persone, di miserie e traffico di droga, bala perdidas (pallottole vaganti) e bisogno di sogni.
Ne nasce un romanzo delicato, vero, carico di pathos senza scadere nell’ipocrita ricerca di un perché all’emigrazione. Non si vogliono cercare giustificazioni retoriche, ma raccontare di un angolo di mondo neanche tanto piccolo, che si affaccia al nostro presente non con le belle facce dei bambini da adottare a distanza, ma con una famiglia che è unita e si vuol bene anche se si basa sul borseggio da parte dei minori.
Il problema del mondo si riduce alla mancanza di speranza, identica a quella che dall’Italia ha portato i nostri bisnonni in Brasile, alla mancanza di un ideale e di un indirizzo, di qualcuno che ci dica cosa fare quando non sappiano neanche noi da che parte cominciare (continua).
Un romanzo soffuso, carico di significato e di significandi, capace di trasmettere quelle emozioni che tanto spaventano e ricacciamo sempre più giù, lontane dagli occhi, ovattate da un cuore che pare non reggerle, perse dietro la squallidità delle notizie di cronaca.
Loncrini ci racconta di una brasiliana di origine italiana che, da una famiglia povera dedita al lavoro nei campi, riesce a laurearsi e a pensare di trasferirsi in Italia, nel Veneto delle origini, per rincorrere un sogno e il fidanzato di Padova. La decisione, importante e banale al tempo stesso, è spunto per una descrizione di luoghi, di favelas, di persone, di miserie e traffico di droga, bala perdidas (pallottole vaganti) e bisogno di sogni.
Ne nasce un romanzo delicato, vero, carico di pathos senza scadere nell’ipocrita ricerca di un perché all’emigrazione. Non si vogliono cercare giustificazioni retoriche, ma raccontare di un angolo di mondo neanche tanto piccolo, che si affaccia al nostro presente non con le belle facce dei bambini da adottare a distanza, ma con una famiglia che è unita e si vuol bene anche se si basa sul borseggio da parte dei minori.
Il problema del mondo si riduce alla mancanza di speranza, identica a quella che dall’Italia ha portato i nostri bisnonni in Brasile, alla mancanza di un ideale e di un indirizzo, di qualcuno che ci dica cosa fare quando non sappiano neanche noi da che parte cominciare (continua).











