«Non ti vergogni a guardare così? Voltati!»
E si voltò, schiacciato da tutto quel bianco, affondando la bionda testa nel cuscino. Triturato, macinato, soffocato dal bianco del soffitto, delle pareti, dei camici delle infermiere sempre col viso truccato, troppo. Schiacciato dal peso del bianco dell’aria, del bianco delle ridicole e rumorose calzature di quei marziani che entravano ed uscivano continuamente dalla sua stanza, ampia, piena di umanità, ricolma di visi dalle espressioni più diverse, chi ride (ma sempre e solo ridono coloro che vengono a far visita ad un parente o ad un amico), chi dorme, chi parla con chiunque si trovi a sfilare nella corsia tra i letti, chi si lamenta, chi deve pisciare, chi ha bisogno di una medicazione, chi passa senza probabilmente aver un motivo per farlo, così, solo per dare un’occhiata a questi poveri disgraziati che invece di essere all’aperto a godersi la primavera che sta arrivando, se ne stanno in una stanza d’ospedale a farsi rubare ore di vita con la complicità di tutto quell’insopportabile bianco.
Rimase così, con la testa schiacciata nel cuscino, quasi trattenendo il respiro. Che diavolo vorrà questa, io non la stavo neppure guardando, stavo semplicemente con la faccia rivolta da quella parte, d’altronde mi trovo sull’ultimo letto di questo lato della stanza; di fianco a me, da questa parte, c’è soltanto il muro. Bianco. E voglio sentirmi un poco partecipe di questa realtà extraterrestre, chissà se qualcuno mi porterà una televisione, anche piccola, invisibile, l’altro giorno vagando tra le corsie ho buttato un occhio dentro una stanza e c’era un signore che guardava il telegiornale attraverso un televisore, lo giuro, l’ho visto, grande, anzi, piccolo così, talmente minuscolo che a quello di sicuro saranno venuti gli occhi rossi per seguire le notizie. Se me lo portano potrei guardare il mio cartone animato preferito della sera, non sopporto che i miei compagni di scuola non ne perdano neppure una puntata, e io sono qui già da tre giorni e non so praticamente neppure il perché, ma se mi devo abituare a questa piccola fetta di mondo, allora per forza, anche senza il mio Ufo Robot, dovrò in qualche modo poter vedere che mi capita attorno, no? mica stava guardando te, vecchia scema, e anche brutta, ti facevo più simpatica il giorno in cui sono arrivato, forse me lo sono anche solo sognato, ma mi sembrava mi avessi pure offerto delle caramelle, e io ti avevo detto che non potevo mangiarle perché mi era stata trovata da poco una carie. E adesso vuoi vedere che mi tratti in questo modo così sgarbato, mi urli di non guardarti, e chi la stava guardando quella lì, solo perché ti sei offesa per non aver accettato la tua caramella al miele? ma guarda un po’, non è sai che quando la mamma riceve ospiti a casa, e magari si fermano a prendere un caffè, o un the, o si fermano a cena e magari non gradiscono una delle cose che la mia mamma offre loro, poi la mia mamma dice loro di voltarsi perché senza pensarci, guardando il fondo della parete o magari semplicemente trovandosi con lo sguardo rivolto alla cucina, o guardando un dipinto appeso, o cercando di scoprire se le pulizie di casa sono fatte con frequenza, e magari sotto quello sguardo indagatore si nasconde il nemico spaziale che sta cercando, eccola là!, la ragnatela nascosta, l’ospite-criminale incrocia lo sguardo di lei, e così lei, posando sul tavolo le tazzine del caffè, gli urla: «Voltati, che cosa hai da guardare così, non ti vergogni?»
E si voltò, schiacciato da tutto quel bianco, affondando la bionda testa nel cuscino. Triturato, macinato, soffocato dal bianco del soffitto, delle pareti, dei camici delle infermiere sempre col viso truccato, troppo. Schiacciato dal peso del bianco dell’aria, del bianco delle ridicole e rumorose calzature di quei marziani che entravano ed uscivano continuamente dalla sua stanza, ampia, piena di umanità, ricolma di visi dalle espressioni più diverse, chi ride (ma sempre e solo ridono coloro che vengono a far visita ad un parente o ad un amico), chi dorme, chi parla con chiunque si trovi a sfilare nella corsia tra i letti, chi si lamenta, chi deve pisciare, chi ha bisogno di una medicazione, chi passa senza probabilmente aver un motivo per farlo, così, solo per dare un’occhiata a questi poveri disgraziati che invece di essere all’aperto a godersi la primavera che sta arrivando, se ne stanno in una stanza d’ospedale a farsi rubare ore di vita con la complicità di tutto quell’insopportabile bianco.
Rimase così, con la testa schiacciata nel cuscino, quasi trattenendo il respiro. Che diavolo vorrà questa, io non la stavo neppure guardando, stavo semplicemente con la faccia rivolta da quella parte, d’altronde mi trovo sull’ultimo letto di questo lato della stanza; di fianco a me, da questa parte, c’è soltanto il muro. Bianco. E voglio sentirmi un poco partecipe di questa realtà extraterrestre, chissà se qualcuno mi porterà una televisione, anche piccola, invisibile, l’altro giorno vagando tra le corsie ho buttato un occhio dentro una stanza e c’era un signore che guardava il telegiornale attraverso un televisore, lo giuro, l’ho visto, grande, anzi, piccolo così, talmente minuscolo che a quello di sicuro saranno venuti gli occhi rossi per seguire le notizie. Se me lo portano potrei guardare il mio cartone animato preferito della sera, non sopporto che i miei compagni di scuola non ne perdano neppure una puntata, e io sono qui già da tre giorni e non so praticamente neppure il perché, ma se mi devo abituare a questa piccola fetta di mondo, allora per forza, anche senza il mio Ufo Robot, dovrò in qualche modo poter vedere che mi capita attorno, no? mica stava guardando te, vecchia scema, e anche brutta, ti facevo più simpatica il giorno in cui sono arrivato, forse me lo sono anche solo sognato, ma mi sembrava mi avessi pure offerto delle caramelle, e io ti avevo detto che non potevo mangiarle perché mi era stata trovata da poco una carie. E adesso vuoi vedere che mi tratti in questo modo così sgarbato, mi urli di non guardarti, e chi la stava guardando quella lì, solo perché ti sei offesa per non aver accettato la tua caramella al miele? ma guarda un po’, non è sai che quando la mamma riceve ospiti a casa, e magari si fermano a prendere un caffè, o un the, o si fermano a cena e magari non gradiscono una delle cose che la mia mamma offre loro, poi la mia mamma dice loro di voltarsi perché senza pensarci, guardando il fondo della parete o magari semplicemente trovandosi con lo sguardo rivolto alla cucina, o guardando un dipinto appeso, o cercando di scoprire se le pulizie di casa sono fatte con frequenza, e magari sotto quello sguardo indagatore si nasconde il nemico spaziale che sta cercando, eccola là!, la ragnatela nascosta, l’ospite-criminale incrocia lo sguardo di lei, e così lei, posando sul tavolo le tazzine del caffè, gli urla: «Voltati, che cosa hai da guardare così, non ti vergogni?»










